Trattamento dei dividendi provenienti da società non residenti

L’art. 1 del D.Lgs. n. 136 del 6 marzo 1993 ha recepito nel nostro ordinamento le disposizioni della Direttiva 90/435/CE in materia di imposte sui redditi, introducendo nel D.P.R. n. 917 del 22 dicembre 1986 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) l’art. 96-bis.
Successivamente il D.Lgs. 12 dicembre 2003 n. 344, che ha disciplinato la c.d. “riforma IRES”, ha introdotto rilevanti modifiche in materia di imposizione sui redditi delle persone fisiche e giuridiche ed il trattamento dei dividendi percepiti nell’ambito di un’attività di impresa è stato demandato all’art. 89.
Tale articolo dispone che:
 
“1. Per gli utili derivanti dalla partecipazione in società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello Stato si applicano le disposizioni dell'articolo 5.
2. Gli utili distribuiti, in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione, anche nei casi di cui all'articolo 47, comma 7, dalle società ed enti di cui all'articolo 73, comma 1, lettere a), b) e c), non concorrono a formare il reddito dell'esercizio in cui sono percepiti in quanto esclusi dalla formazione del reddito della società o dell'ente ricevente per il 95 per cento del loro ammontare. La stessa esclusione si applica alla remunerazione corrisposta relativamente ai contratti di cui all'articolo 109, comma 9, lettera b), e alla remunerazione dei finanziamenti eccedenti di cui all'articolo 98 direttamente erogati dal socio o dalle sue parti correlate, anche in sede di accertamento.
2-bis. In deroga al comma 2, per i soggetti che redigono il bilancio in base ai princìpi contabili internazionali di cui al regolamento (CE) n. 1606/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 luglio 2002, gli utili distribuiti relativi ad azioni, quote e strumenti finanziari similari alle azioni detenuti per la negoziazione concorrono per il loro intero ammontare alla formazione del reddito nell’esercizio in cui sono percepiti.
3. Qualora si verifichi la condizione di cui all’articolo 44, comma 2, lettera a), ultimo periodo, l’esclusione di cui al comma 2 si applica agli utili provenienti dai soggetti di cui all’articolo 73, comma 1, lettera d), e alle remunerazioni derivanti da contratti di cui all’articolo 109, comma 9, lettera b), stipulati con tali soggetti residenti negli Stati o territori di cui al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze emanato ai sensi dell’articolo 168-bis, o, se ivi non residenti, relativamente  ai quali, a seguito dell’esercizio dell’interpello secondo le modalità del comma 5, lettera b), dell’articolo 167, siano rispettate le condizioni di cui alla lettera c) del comma 1 dell’articolo 87. Concorrono in ogni caso alla formazione del reddito per il loro intero ammontare gli  utili relativi ai contratti di cui all'articolo 109, comma 9, lettera b), che non soddisfano le condizioni di cui all'articolo 44, comma 2, lettera a), ultimo periodo.
4. Si applicano le disposizioni di cui agli articoli 46 e 47, ove compatibili.
5. Se la misura non è determinata per iscritto gli interessi si computano al saggio legale.
6. Gli interessi derivanti da titoli acquisiti in base a contratti "pronti contro termine" che prevedono l'obbligo di rivendita a termine dei titoli, concorrono a formare il reddito del cessionario per l'ammontare maturato nel periodo di durata del contratto. La differenza positiva o negativa tra il corrispettivo a pronti e quello a termine, al netto degli interessi maturati sulle attività oggetto dell'operazione nel periodo di durata del contratto, concorre a formare il reddito per la quota maturata nell'esercizio.
7. Per i contratti di conto corrente e per le operazioni bancarie regolate in conto corrente, compresi i conti correnti reciproci per servizi resi intrattenuti tra aziende e istituti di credito, si considerano maturati anche gli interessi compensati a norma di legge o di contratto.
 
Esaminando il testo dell’articolo ci si rende conto nell’immediato come il passaggio dal previgente art. 96 bis, di derivazione quasi letterale dalla direttiva, all’art. 89, determina il passaggio dal regime di imputazione a quello dell’esclusione.
L’articolo 96 bis prevedeva infatti che:
 
“1. Gli utili distribuiti, in occasione diversa dalla liquidazione, da società non residenti aventi i requisiti di cui al comma successivo, se la partecipazione diretta nel loro capitale è non inferiore al 25 per cento ed è detenuta ininterrottamente per almeno un anno, non concorrono alla formazione del reddito della società o dell'ente ricevente per il 95 per cento del loro ammontare e, tuttavia, detto importo rileva agli effetti della determinazione dell'ammontare delle imposte di cui al comma 4 dell'articolo 105, secondo i criteri previsti per i proventi di cui al numero 1 di tale comma.
2. La disposizione di cui al comma 1 si applica se la società non residente:
a) riveste una delle forme previste nell'allegato alla direttiva n. 435/90/CEE del Consiglio del 23 luglio 1990;
b) risiede, ai fini fiscali, in uno Stato membro della Comunità europea;
c) è soggetta nello Stato di residenza senza possibilità di fruire di regimi di opzione o di esonero che non siano territorialmente o temporalmente limitati ad una delle seguenti imposte:………”.
 
Manca nel novellato articolo 89 del T.U.I.R. il riferimento ai requisiti quantitativi e temporali di detenzione della partecipazione e si verifica l’equiparazione degli utili provenienti da soggetti residenti e non residenti di cui all’art. 73 T.U.I.R.; inoltre diviene irrilevante la residenza nell’Unione Europea.
Il comma 3 effettua infatti un richiamo al comma precedente estendendone l’applicabilità anche agli utili provenienti da società ed enti di ogni tipo, non residenti nel territorio dello Stato, elencati all’art. 73, comma 1, lett. d) T.U.I.R..
L’ambito soggettivo di applicazione della normativa, come previsto dal Legislatore nella redazione dell’articolo 89, risulta quindi essere ben più ampio rispetto a quello delineato dagli artt. 2 e 3 della Direttiva, e quindi dal panorama previsto dall’originario art. 96-bis.
 
Quanto all’aspetto oggettivo sono assoggettabili al regime di esclusione:
  • gli utili derivanti dal possesso di azioni;
  • le partecipazioni al capitale o al patrimonio;
  • gli strumenti finanziari la cui remunerazione è totalmente costituita dalla partecipazione ai risultati economici della società emittente, di una società appartenente al gruppo o dello specifico affare in relazione al quale i titoli sono stati emessi[1];
  • le remunerazioni relative ai contratti di associazione in partecipazione di cui all’art. 109, comma 9, lett. b) TUIR, stipulati con soggetti non residenti, che prevedano l’apporto di capitale in misura totale o parziale;
  • le somme o il valore normale dei beni in natura che i soci ricevono in caso di recesso, esclusione, riscatto ovvero liquidazione della quota, secondo il disposto dell’art. 47, comma 7, esplicitamente richiamato all’art. 89 comma 2.
     
    L’esclusione degli utili da tassazione si applica anche nei casi in cui gli utili non abbiano precedentemente scontato alcuna imposta sul reddito come avviene nel caso in cui la società erogante abbia realizzato un utile civilistico ed una perdita fiscale.
    Vale la pena soffermare la nostra attenzione sulla disciplina fiscale in materia di tassazione dei dividendi provenienti da società localizzate in Paesi a fiscalità privilegiata.
    Tale disciplina è stata oggetto, dal 2003 ad oggi, di molteplici interventi da parte del Legislatore.
    La riforma del 2004 ha previsto la detassazione al 95% in capo al soggetto percettore degli utili da partecipazione operando, tuttavia, un’espressa deroga per i dividendi distribuiti da soggetti residenti in Stati o territori a fiscalità privilegiata, disponendo per tale fattispecie che i dividendi provenienti da una “società figlia”  ubicata  in  un  Paese  “black  list” concorrono integralmente alla formazione del  reddito  del  socio  nazionale percettore.
    Tale trattamento penalizzante trova le sue radici nella presunzione che i dividendi in  esame derivino da utili che hanno scontato una tassazione nulla o ridotta nel Paese di produzione.
Sull’argomento sono intervenuti il D.Lgs. 18 novembre 2005, n. 247 (cosiddetto correttivo Ires) e il D.L. n. 223/2006 (cosiddetto Decreto Bersani).
Prima del “correttivo Ires”, il T.U.I.R. prevedeva la concorrenza integrale alla formazione del reddito imponibile degli utili “provenienti” da società residenti in Paesi o territori a regime fiscale privilegiato.
Ma come intendere la parola “provenienti”?
La disciplina era applicabile ai soli dividendi distribuiti “direttamente” da una società “black list” alla società madre residente in Italia o anche a quelli “indirettamente” distribuiti per il tramite di una società residente in un Paese estero a fiscalità ordinaria?
Il D.Lgs. n. 247/2005 è intervenuto, sostituendo la parola “provenienti” con “corrisposti”.
La modifica normativa chiariva cosi che i dividendi provenienti indirettamente dalla figlia ubicata in un Paese a tassazione ordinaria non avrebbero scontato la tassazione piena in capo al percettore residente.
Il D.L. n. 223/2006 ha invece reintrodotto sia nell’art. 47, comma 4, sia nell’art. 89, comma 3, la parola “provenienti”, riconducendo così a tassazione piena anche gli utili indiretti. Nella relazione illustrativa al provvedimento si chiarisce difatti che le nuove disposizioni hanno la finalità di contrastare le operazioni di aggiramento “del regime di tassazione integrale degli utili provenienti da partecipate situate in Paesi a fiscalità privilegiata, interponendo nella catena societaria un altro soggetto estero residente in un Paese a regime fiscale non privilegiato”.
Conseguentemente, l’attuale disciplina prevede che il regime di tassazione integrale sia applicabile non solo agli utili e ai proventi equiparati distribuiti direttamente dai soggetti residenti nel paradiso fiscale, ma anche a quelli (da essi generati) che giungano alla “società madre” italiana tramite società intermedie mere conduit companies.
La disposizione antielusiva ha trovato applicazione a partire dal periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore del decreto 4 luglio 2006 ovvero, per la generalità dei soggetti con “anno solare”, dall’esercizio 2006.
 
[1] Nel caso di emittente non residente è richiesta una ulteriore condizione: le remunerazioni devono essere totalmente indeducibili nello Stato di provenienza e che ciò risulti da elementi certi e precisi.